lunedì, 28 Settembre, 2020
Jacopo di Marzio, in arte El Bronson 8th

Dagli spalti ai quartieri, ecco El Bronson 8th: la nuova vita da rapper di Jacopetto

Una nuova sfida. Per dimostrare, non tanto agli altri, del cui giudizio non si è mai curato, quanto a se stesso di potercela fare. Di poter ricominciare.

La storia della seconda vita di Jacopo Di Marzio, in arte El Bronson 8th, è di quelle belle da raccontare. Un’esistenza complicata la sua, tante difficoltà, gli eccessi, i conti da pagare, assumendosene sempre e comunque la responsabilità. Ma anche la Curva Nord, di cui per anni è stato leader, la famiglia, gli amici. Quei fratelli che non ha dimenticato e che fanno parte di questa nuova occasione offertagli dal destino

Oggi nella vita di Jacopetto, come ancora lo chiamano tutti pure se ormai è diventato grande, c’è soprattutto la musica. La musica rap, per la precisione, che ha trasformato Di Marzio in Bronson e gli ha regalato un percorso di rinascita personale che gli sta dando già diverse soddisfazioni. Dopo due freestyle che hanno avuto un discreto numero di visualizzazioni sui social (lo potete seguite sul suo account Instagram @elbronson8th) e grande apprezzamento da parte del pubblico, il 23 agosto uscirà il suo primo singolo “Figli di Maria”, che sarà disponibile gratuitamente, previo download, su tutte le piattaforme digitali. “Il video poi sarà una sorpresa – svela il cantante viterbese – e uscirà in un giorno speciale per Viterbo e i viterbesi. Un giorno importante”.

“Mi stanno seguendo Andrea Delle Monache, produttore viterbese, anche lui come me del Pilastro, e il suo collega A-kriv – spiega -. Mi stanno aiutando tantissimo, oltre a essere i miei produttori mi fanno anche da vera e propria scuola: ho un maestro di canto e lavoro sulla metrica, sui tempi. Mi dicono che ho un buon timbro e sono intonato: ad averlo scoperto prima, chissà…”

Come nasce l’idea di questo nuovo percorso?

“A 33 anni e con un passato come il mio ricominciare non è facile, sfido chiunque a trovare il coraggio di rimettersi in gioco. Ma forse il bello è proprio questo. La passione per la musica, per questa musica cioè il rap e l’hip hop, in realtà ce l’ho avuta sempre, sin da ragazzino. Lo stesso per la lettura e la scrittura: leggere e scrivere mi hanno aiutato nei momenti difficili. Oggi tutto quello che negli anni ho scritto l’ho riportato nei miei testi”.

Paradossalmente l’emergenza Covid-19 ha accelerato la nascita di questa nuova avventura.

“Vivevo a Ibiza, ma qualche settimana prima del lockdown ho capito che qualcosa non andava e sono tornato a casa. Giusto in tempo, poco prima che chiudessero tutto. E ho iniziato qui a Viterbo l’esperienza musicale, ma pensò che sarebbe stato lo stesso se fossi rimasto in Spagna”.

La concorrenza con rapper più giovani è ampia.

“Credo che la mia età sia il valore aggiunto, la differenza sta proprio nei miei 33 anni. Io parlo della mia vita, di quello che ho vissuto. Gli adolescenti, invece, cantano di quello che vorranno vivere, di quello che vorranno fare. Io lo so già, io canto la mia vita nel bene e nel male. La vita reale”.

Insomma, Bronson ci sta provando sul serio a rimettere la sua vita sul giusto binario. Ora hai un lavoro, dei progetti di aggregazione. E poi c’è la musica, coi suoi contenuti: amore, violenza, rabbia, amicizia, strada, quartieri. Nei tuoi testi c’è tutto questo.

“L’introspezione sui temi a me cari mi aiuta. Io nella musica ho scoperto una valvola di sfogo delle mie emozioni, una canalizzazione dei miei sentimenti, di ciò che provo. Non l’ho fatto prima, lo faccio adesso fregandomene di giudizi e pregiudizi. E mi fa stare bene”.

Il primo singolo si chiamerà “Figli di Maria”.

“Richiama la pezza che col mio gruppo ultras Questione di Stile avevamo allo stadio quando seguivamo la Viterbese, perché, si sa, chi fa la spia non è figlio di Maria. Riprende la nostra storia, parlo del QDS, di Avanguardia, di Noi sopra le macerie, i gruppi ultras più importanti che ci hanno caratterizzato negli anni”.

Ti mancano lo stadio e la vita da ultras?

“Mi manca quello che era l’essere ultras, come lo vivevamo noi sette giorni su sette, 24 ore su 24. Mi manca il gruppo degli amici li ritrovo anche in questa mia nuova esperienza, nella Pandilla 8th di Bronson. I miei fratelli, quelli con cui ho condiviso tutta la vita tra stadio, strada e tutto il resto. Sono con me anche nel video del primo singolo, e mi sostengono in questa avventura. Sono la mia Pandilla 8th, la mia banda”.

Perché il nome d’arte Bronson?

Charles Bronson è il detenuto più famoso di Inghilterra, è un soprannome che mi porto dietro da anni. Bronson ha un passato violento, ma poi si è evoluto: scrive libri, è diventato autore, ha avuto la sua forma di riscatto”.

Un riscatto con la vita.

“Non mi importa del pensiero della gente, a 33 anni immagino che non farò fortuna con la musica, ma a me va bene così, mi aiuta e mi tiene lontano dai guai”.

C’è anche tanta Viterbo nelle tue canzoni.

“Sì, nel primo freestyle ho parlato di tutti i quartieri. In realtà è proprio nella mia città che punto a farmi conoscere all’inizio, soprattutto per grande senso di appartenenza. Poi quello che viene viene, io lo so che sono un po’ troppo grande per aspirare ai milioni di visualizzazioni che hanno i ragazzini con un brano, ma io canto per me, per i miei fratelli. È chiaro che parto per puntare in alto, forse non farò fortuna con la musica però come in tutto quello che faccio punto a diventare il numero uno, uno dei migliori”.

Uno dei primi freestyle è per Giosuel (Giosuel Esposito, giovane scomparsi tragicamente qualche anno fa in un incidente stradale, ndr).

“Lui mi dà la forza per andare avanti, è sempre con me in ogni cosa che faccio. Mia madre si è commossa ad ascoltare il brano, l’ho scritto più col cuore che con la penna. Giosuel è il mio primo tifoso da lassù, insieme a mio padre. E con me ci sono anche i fratelli detenuti che so che se potessero mi starebbero affianco ora. Perché è la nostra vita, di tutti noi, che io canto: le sofferenze, le gioie, i dolori”.

El Bronson 8th è anche un messaggio per i giovani.

“Un consiglio: per sentirsi importanti facessero musica, ma una musica con dei testi che parlano davvero di loro, non dei miti. Rapper e criminali sono due cose diverse, anche se le mode a volte li accomunano: fare il criminale ha conseguenze reali, che non sono quelle che cantano i ragazzi nelle canzoni. E io lo so, forse meglio di chiunque altro in questa città. Fare le cazzate implica che poi si deve pagare il conto, e il percorso per venirne fuori è difficile. Non mi vergogno di raccontare quello che ho vissuto io, se può essere da monito per qualcuno”.

DI Eleonora Celestini

Eleonora Celestini
“Giornalisti si nasce e io modestamente lo nacqui”: passione e vocazione hanno scelto per me il mio mestiere, io ho solo assecondato il tutto con una laurea in Scienze della comunicazione e tanta gavetta sul campo, specie in ambito sportivo. Ho collaborato per anni al Corriere di Viterbo e sono stata dal 2010 al 2015 responsabile dell’ufficio stampa della Provincia di Viterbo. Mi sono occupata della comunicazione della As Viterbese Castrense e ho lavorato come redattore a ViterboNews24. Oggi mi occupo dell'area comunicazione di Confartigianato Imprese di Viterbo. Approdo nella redazione e di CuoriGialloblu perché no, al cuor proprio non si comanda

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