giovedì, 5 Dicembre, 2019
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Viterbese, il bello della domenica

“Una volta alla settimana il tifoso fugge dalla sua casa e va allo stadio. Quando la partita si conclude il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale” (Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio)

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Il calcio moderno viene fatto correre a rotta di collo. Non c’è più spazio per le emozioni. Il rito della partita vissuta allo stadio dal vivo è stato rimpiazzato dal patetico fenomeno della pay per view. L’anima del calcio? Evaporata. Il piacere della partita? Ridotto a mera e spasmodica lotta contro il tempo. Le riflessioni? Affidate a stuoli di opinionisti urlanti che cercano di guadagnarsi come possono il gettone di presenza in trasmissioni sempre più becere. Questo, in sintesi, il discutibile pateracchio nel quale sono stati trasformati, sotto la spinta del business televisivo, i campionati di serie A e serie B italiani.  

Se il calcio è uno sport con l’anima, e certamente lo è, da dove ripartire per far riemergere dagli abissi in cui è stata cacciata quest’anima persa? E metterla poi al servizio di un progetto di vera rinascita? Sarebbe vitale un processo catartico, innescato dal recupero della lentezza dei tempi agonistici. Tornare a giocare la domenica, ecco cosa si dovrebbe fare. Avere a disposizione una settimana di tempo per elaborare gli eventi trascorsi e prepararsi, con animo (più o meno) lieve, alle partite del turno successivo. Fare pulizia nell’orrendo caravanserraglio mediatico costruito attorno al caos che pervade attualmente l’intero sistema. 

La Serie C, categoria un po’ misconosciuta anche se attrae l’interesse di circa cinque milioni di appassionati, è afflitta da mille problemi tenuti insieme dal fil rouge della carenza di risorse commisurate ai bisogni. È in balia del buon cuore (oppure della cialtroneria, a seconda dei casi) del mecenate di turno. Per questa ragione, nel corso degli ultimi lustri, i tifosi hanno visto ammainare tante bandiere e cancellare i colori di altrettante società.  

Il torneo di terza serie, unico tra quelli professionistici italiani, aveva tuttavia l’intrinseco punto di forza di giocarsi la domenica. In Serie C tornare a santificare la festa con una sana partita di calcio, salvo posticipi televisivi numericamente esigui, potrebbe essere una carta potenzialmente vincente da giocarsi nell’opaco panorama del pianeta calcio italiano. Specie nell’ipotesi di una drastico taglio al numero di club iscritti, che ormai bussa alle porte. Un esempio da imitare e da traslocare, se possibile, anche nelle serie superiori. 

La storia insegna che tutte le grandi trasformazioni sono scaturite da momenti di crisi come quello che stiamo attraversando, nel calcio e non solo. E che tutte sono state innescate dal basso, ovvero partendo dalla base della piramide. Perché è dalle fondamenta che si costruisce, sempre e comunque, un qualsiasi sistema che gli umani decidano di mettere in  piedi. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

DI Sergio Mutolo

Sergio Mutolo
Innamorato da una vita dei colori gialloblù, prova a tenere viva in rete la "grande storia del club". Su Calciopress si dedica alle criticità del sistema calcio, con particolare attenzione alla Serie C, sempre schierato dalla parte dei tifosi.

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