lunedì, 28 Settembre, 2020

Viterbese, ma che colpa abbiamo noi?

A Viterbo il tifoso gialloblù, ogni anno, incrocia le dita. Spera in un’estate che scivoli via senza sussulti. Un evento raro, a queste latitudini, nella secolare storia del club.

La vittoria in Coppa Italia Serie C, pur se giunta al culmine di un anno vissuto pericolosamente, sembrava non porre dubbi di sorta. La stagione 2019-20 sarebbe stata quella della definitiva rinascita calcistica, nella Tuscia.

Accade invece che il primo turno del playoff nazionale, giocato e perso con l’Arezzo in un Rocchi comunque festoso, inneschi una vicenda che potrebbe compromettere a breve termine il futuro della squadra.

La proprietà, ripartita sei anni fa dal campionato di Eccellenza come Viterbese Castrense, ha ottenuto risultati prestigiosi. La naturale inclinazione del patron verso progetti a medio-lungo termine (Grosseto docet), faceva ritenere possibile il raggiungimento di traguardi insperati. Un cammino che sembrava tracciato, anche se tra alti e bassi.

Il fatto è che le cose non si stanno mettendo affatto bene. La proprietà vuole staccare la spina. Era accaduto altre volte, ma oggi il rischio sembra molto più concreto che in passato.

Sarebbe la fine. Sarebbe l’ennesimo tracollo da registrare nella “grande storia del club”. Resterebbe incompiuto un progetto che prevedeva di portare Viterbo in Serie B. Non solo. Il club rischierebbe di sparire, per l’ennesima volta, dal calcio professionistico.

Si dovrebbe ripartire da capo. Con quali prospettive, non si sa. All’orizzonte non si intravedono cavalieri bianchi in grado di prendere in mano la situazione. Merce rara, a queste latitudini. Se qualcuno bussa alla porta, la puzza di bruciato si sente già a distanza.

Bisognerà, forse, mettersi il cuore in pace. Una cosa è essere tifoso di una squadra. Altra cosa è esserne il presidente. Due dinamiche esistenziali diverse. Seguono percorsi paralleli solo fino a un certo punto. Il rischio di uno scollamento è sempre in agguato.

Tutto bene, anzi male. Così è la vita. Il vecchio cuore gialloblù, rotto a tutto, è in qualche modo preparato. Vivere nella precarietà significa farsi trovare pronti quando ci sono da raccogliere le esche avvelenate disseminate dalla cattiva sorte.  

Una cosa è certa. Nessuno se lo aspettava oggi. Non qui e ora. Non al termine di una stagione da incorniciare. Gli abbandoni sono sempre dolorosi. Lo diventano ancora di più quando arrivano al culmine di un periodo di straordinaria felicità.

Soprattutto stavolta lasciate dunque che i tifosi gialloblù, eterni Peter Pan, si pongano la più ingenua delle domande. Ma che colpa abbiamo noi?

DI Sergio Mutolo

Sergio Mutolo
Innamorato da una vita dei colori gialloblù, prova a tenere viva in rete la "grande storia del club". Su Calciopress si dedica alle criticità del sistema calcio, con particolare attenzione alla Serie C, sempre schierato dalla parte dei tifosi.

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