lunedì, 28 Settembre, 2020

Viterbese, Nino e il calcio che vorremmo

Quanto ci manca Nino. Aveva dodici anni, nel 1968. Si spolmonava, su un campo polveroso della periferia di Roma, per mettersi in luce in mezzo a tanti altri coetanei che inseguivano i suoi stessi sogni. Puntava a conquistare la maglia numero sette, Nino. Nonostante quelle spalle strette che, in qualche modo, avrebbero potuto penalizzarlo.

Il ragazzo di allora oggi è un cinquantenne del quale non si sa più niente, dopo aver condiviso con lui le irripetibili emozioni di quel provino. Ignoriamo la sua parabola, calcistica e umana. Se a un certo punto ha appeso le scarpe a qualche tipo di muro e se adesso passa il suo tempo a ridere dentro un bar. Se si è mai innamorato, per dieci anni, di una donna che non ha amato mai.

Neppure lo vogliamo sapere. Perché Nino è, per quelli come noi, l’icona immortalata nel tempo di un calcio che non c’è più. Sarebbe un delitto tirarlo fuori dal dolce oblio che lo avvolge, come si fa nei lacrimevoli programmi che imperversano sugli schermi della mediocre televisione italiana. Una forzatura nostalgica. E si sa quanto riesce a essere canaglia, la nostalgia.

Per Nino (e per noi che abbiamo vissuto le sue stesse sensazioni) ci auguriamo solo che, nel calcio e nella vita, abbia saputo continuare a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Tutte le volte che è stato necessario farlo. Che non sia diventato uno di quei tanti giocatori (uomini) che non hanno vinto mai niente nella loro carriera (vita), per lasciarsi stancamente trasportare dalle onde del destino.

Qualcuno ha scritto che Francesco De Gregori, se non fosse diventato un poeta musicista (o un musicista poeta), sarebbe stato un grande uomo di cinema. Niente di più vero. Le storie che ha saputo raccontare da quando nel 1975 irruppe dentro le nostre vite con quel gioiello artistico che resta l’album “Rimmel”, sono eleganti sceneggiature  e scrigni letterari. Quella di Nino non fa eccezione. Anzi, ne rappresenta uno dei punti più alti.

Per il vecchio cuore gialloblù, intrappolato in un oggi mai così mediocre e deprimente, “La leva calcistica del ’68” resta un capolavoro da tenere sempre a mente. Pochi hanno saputo raccontare con semplicità e armonia i valori etici che erano il caposaldo di questo sport. La sua inarrestabile deriva è legata anche alla mediocrità di chi oggi lo dirige. E che ha finito per contaminare addetti ai lavori e tifosi. Già, anche i tifosi. Che avrebbero dovuto esserne i tutori, nel corso del tempo.

Quasi tutti oggi hanno paura di tirare un calcio di rigore, in una fuga dalle responsabilità che sta affossando la precaria società globalizzata del terzo millennio. In pochi sanno ispirarsi nel calcio (nella vita) al coraggio, all’altrusimo e alla fantasia. I paradigmi di ogni vero giocatore (di ogni umano). La magia del calcio (della vita) si sta perdendo, anche ma non solo, per la dissoluzione di questi valori.

Riascoltare le parole e la musica di Francesco De Gregori, nei momenti bui e in quelli solari che attraversiamo nel nostro quotidiano, è un monito e un sostegno per affrontare i problemi di ogni giorno con lo stesso slancio che guidava l’adolescente Nino nel 1968.

Un’epoca nella quale anche partecipare a una leva di aspiranti giocatori era il modo per mettersi davvero in gioco, per confrontarsi con se stessi e con i propri limiti. Fino a perpetuare, nel tempo, i valori etici che improntavano quel calcio e un certo stile di vita.

DI Sergio Mutolo

Sergio Mutolo
Innamorato da una vita dei colori gialloblù, prova a tenere viva in rete la "grande storia del club". Su Calciopress si dedica alle criticità del sistema calcio, con particolare attenzione alla Serie C, sempre schierato dalla parte dei tifosi.

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