martedì, 19 Ottobre, 2021

Viterbese, quando i tifosi sono l’anima del calcio

Il calcio è lo sport più bello del mondo. Agli scettici che considerano questa frase un puro assioma si consiglia di rivedersi, senza pregiudizi, Italia-Germania 4-3 oppure Svizzera-Francia appena giocata agli Europei (vinta dagli elvetici ai calci di rigore dopo 120’ di lotta allo spasimo). 

Due magnifici spot per quanti ancora lo riducono a uno stupido gioco in cui undici uomini (o donne) in mutande corrono dietro a un pallone. Lo ha spiegato alla sua maniera Gianni Brera, uno che certi concetti sapeva bene come proporli: “Il calcio si eleva di tre spanne agli occhi di coloro che, sapendolo vedere, lo prediligono su tutti i giochi della terra“ (cit. da “Quel calcio lineare e sovrano”, articolo scritto per Repubblica il 3 febbraio 1987).

La precarietà resta il grande limite di questo sport, la cui valenza sociale è espressa dalla sua trasversalità. Una spada di Damocle che pende su tutti, nessuno escluso. I club sono canne al vento. Sono in balia di proprietari che, partendo da motivazioni diverse, possono decidere in qualsiasi momento di bucare il “loro” pallone e portarselo a casa lasciando allo sbando città e tifoserie.

Per questa, e per molte altre ragioni, il calcio ha un disperato bisogno di etica. La ‘grande storia del club’ è invece spesso (ma non sempre per fortuna) affidata a personaggi sbiaditi, senza fantasia, senza lungimiranza, senza vero interesse per la città e per il territorio che i colori delle maglie rappresentano.

Un’etica che i tifosi, candidi e immarcescibili Peter Pan, riescono invece a iniettare in dosi industriali (ancora e pervicacemente) dentro un sistema contaminato oltre ogni ragionevole misura da un business sfrenato che potrebbe farlo scivolare, lentamente ma inesorabilmente, verso il collasso.

L’amore (perché è di amore che si parla) dei tifosi per le maglie non viene mai meno nel corso della vita, qualunque cosa accada. Dà senso e continuità alla “grande storia del club”. Sia ben chiaro agli scettici che la storia di ogni club è sempre una grande storia. Per quanto minuscolo sia. Non conta se metropolitano o periferico nella geografia del calcio. A qualsiasi latitudine si trovi.

Perché il calcio è uno sport con l’anima. E la sua anima sono i tifosi (la foto, sbiadita, è quella della Viterbese stagione 1965-66 con addosso le “nostre” maglie gialloblu, allenata dall’ungherese Bela Kovacs, famoso per il suo berretto che non si toglieva mai neppure per andare a letto).

DI Sergio Mutolo

Innamorato da una vita della Viterbese, prova a tenere viva in rete la 'grande 'storia del club'. Direttore responsabile di Calciopress su Cuori Gialloblu si dedica alle criticità del sistema calcio, con particolare riferimento alla Serie C, sempre dal punto di vista dei tifosi.

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