mercoledì, 14 Aprile, 2021

Viterbese, salire sulle spalle di un gigante

Bernardo di Chartres ha scritto che “noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”.

Un concetto che riflette l’idea di cultura, anche calcistica, come frutto della continua costruzione di uomini lungimiranti. Pur se nani rispetto ai grandi del passato, gli umani sono cresciuti perché li hanno sopravanzati. Sono riusciti a progredire sulla scia di quanto di buono fatto in precedenza.

La Viterbese di Marco Arturo Romano naviga da settimane in acque difficili. La partita con la Samp a Marassi e la conquista della Coppa Italia Serie C, esperienze magiche vissute ai tempi di Piero Camilli, sono ormai poco più che Arabe Fenici.

Il club gialloblù ha già attraversato, nella sua lunga e secolare storia, molti e molti periodi bui. Impossibile, in un arco di tempo così lungo, non essere trascinati dentro gioie e dolori. A corrente alternata.

La foto sbiadita messa a corredo, tratta dal mio archivio personale e già utilizzata in un’altra occasione, è quella della Viterbese 1965-66 allenata da Bela Kovacs. Il campionato era quello regionale di Prima Categoria, corrispondente all’attuale Eccellenza, il quinto nella piramide del calcio italiano.

L’allenatore ungherese famoso per il suo basco, al termine di una stagione intensa e ricca di soddisfazioni, riuscì a concludere il campionato al primo posto. Il salto di categoria in Serie D fu però appannaggio dell’Alatri, al termine di due discusse partite di spareggio. Fatale la sconfitta con i ciociari nella gara di ritorno, giocata davanti a 6000 spettatori.

Questo rimando alla memoria, nelle asprezze di un presente aggravate dalla pandemia che non molla la presa, non andrebbe interpretato come stucchevole patetismo. Piuttosto, come il richiamo alle radici che alimentano la “grande storia del club”. Solo facendo riaffiorare queste radici il presente potrà essere affrontato a viso aperto.

La Viterbese della foto non è certo quella dell’era Camilli, capace di esaltare i tifosi gialloblu. Giocava in quinta serie nazionale, ma riusciva a trasmettere una spavalderia coinvolgente. Entusiasmava perché ci metteva il cuore. Ecco, il calcio è soprattutto una questione di cuore. Diversamente, si riduce alla sterile corsa di undici uomini dietro a un pallone.

Le notti più buie hanno bisogno di sogni. Solo immaginare il futuro ci permette di sopravvivere al presente. Non possiamo, dunque, che coltivare una speranza. Marco Arturo Romano riuscirà nella missione possibile di far ritrovare a questo gruppo mai così incolore, che si sta perdendo nel nulla cosmico, il cuore grande che è alla base di ogni risultato?

Per ritrovarsi, occorre salire sulle spalle dei giganti consapevoli di essere nani. Senza mettere in campo resilienza, questa Viterbese non potrà andare lontano. Non potrà andare da nessuna parte.

DI Sergio Mutolo

Sergio Mutolo
Innamorato da una vita dei colori gialloblù, prova a tenere viva in rete la "grande storia del club". Su Calciopress si dedica alle criticità del sistema calcio, con particolare attenzione alla Serie C, sempre schierato dalla parte dei tifosi.

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