domenica, 5 Luglio, 2020

Ciao Stè, lettere a un inguaribile sognatore

Ciao Stè, so’ Schizzo. Sono sincero, non riesco davvero a scrivere nulla. Sono ormai due giorni che ho in testa tanti discorsi da fare, tanti aneddoti da ricordare. Ma niente, non mi riesce. Però non posso lasciarti andare via in questa maniera, non nel silenzio assoluto, d’altronde quando discutevamo di parlantina ne mettevamo assai entrambi. Eri praticamente un ragazzino quando iniziasti ad attaccarti ai nostri pantaloni per andare in trasferta, o per partecipare alle varie manifestazioni pre partita. Sin da subito sei sempre stato un “cacacazzi”, non te stava mai bene niente o quasi, ma alla fine ti adattavi a tutto e tutti, in quanto ti bastava lo stare li con noi e con i nostri colori.

A Stè, per tutti eri “il capoccione” (come te ‘ncazzavi) e, diciamolo, crescendo anche la “panza” non scherzava. Eppure mi ricordo dei momenti di discussione, dei tuoi primi innamoramenti, delle liti e delle riappacificazioni. Stè, non eri diverso dagli altri. Non eri né più buono né più cattivo. Eri Camilli, anzi no, perché poi c’era sempre da specificà … quale Camilli!!! E all’unisono “er capoccione”.

Basta Stè, davvero. Nella vita so passato da gioie a dolori e forse questi ultimi hanno prevalso rispetto ai primi, e oggi si rinforzano con il tuo gesto che, te lo dico apertamente davanti a tutti, non approvo e che non comprenderò mai in pieno, ma che allo stesso tempo mi ha portato via un amico vero. Come si dice oggi: lontani ma vicini. Ecco questo eravamo noi, così come mi sento di essere con gli altri con cui abbiamo vissuto bellissimi momenti.

Dai Wiking alla Brigata Etrusca e via via con gli altri gruppi, ci sei sempre stato e sempre continuerai ad esserci, come tutti gli altri amici che in questo percorso che è la vita ci hanno lasciato prematuramente. Davvero Stè non so più che ditte, Gojo che non sei altro.

Ciao Stè, se vedemo.

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“Ma che fai, te bevi una birra mentre stai a dieta?”.

Esterno giorno, stadio “Enrico Rocchi”, un martedì pomeriggio qualsiasi di luglio 2019. La Viterbese non è ancora passata di mano dalla famiglia Camilli a Marco Arturo Romano, ma si tratta ormai solo di pochi dettagli. Siamo tutti lì, alla Palazzina, come sempre quando succede qualcosa di importante. Ci sono io, ci sei tu, ci sono tutti gli altri. La nostra comunità. Che poi manco è tanto strano, tu quasi ci vivi qui dentro, e il Rocchi è la casa di tutti. Fra poco arriva “quello nuovo”: MAR, come tu chiamavi il presidente abbreviando in un acronimo il suo nome. E arriva pure mister Calabro, quindi che fai, te perdi sti momenti? Non sia mai.

Da settimane non parliamo che de sto passaggio di proprietà, io e te ci troviamo su posizioni spesso differenti ma su una cosa si converge sempre: l’amore per la maglia, per la squadra, per la nostra Viterbese. Una passione, quasi morbosa, che condividiamo da così tanti anni che manco me ricordo più da quando. E lo sai qual è la cosa più assurda? Che me sa che manco una foto con te c’ho! Magari la ritroverò prima o poi in qualche cassetto o in qualche vecchio album… almeno spero.

In realtà io ti conosco da sempre, Ste’. Perché a via Sant’Agostino, traversa di via Cairoli, ci siamo cresciuti entrambi. La bottega di calzolaio di papà tuo, il forno di papà mio. Quell’odore di cuoio misto a pane appena sfornato che caratterizzava quel vicolo, insieme alla vineria del sor Giovanni Gasbarri. Quante volte ne abbiamo parlato ricordando gli anni ’80 e ’70, quando ancora ragazzini ci affacciavamo alla vita. Tu già tifoso gialloblu, io ancora no. “Te ricordi quando me so rotto il piede e tu padre m’ha dato un passaggio con la 126 bordeaux?”. Un episodio di una vita fa, che però ti era rimasto impresso, non so perché.

Non saprei dirlo nemmeno quando di preciso la tua presenza è entrata nella mia vita, Ste’. So solo che se guardo indietro pensando alla Viterbese non riesco a non trovare anche te nei ricordi legati al mondo gialloblu. Le trasferte, le partite in casa, i pomeriggi interi passati alla Palazzina a vedere gli allenamenti. Anni e anni così. Non sempre me piaceva quello che dicevi o pensavi, non sempre eravamo della stessa idea. Ma ci siamo sempre rispettati. E quante notizie ci hai passato, a me e Andrea, in quegli anni difficili per la nostra Viterbese! Quando mi squillava il telefono ed eri tu sapevo sempre che ci sarebbe stato da approfondire, da verificare, ma che la dritta sarebbe stata buona! Fino a pochi mesi fa è sempre stato così. “Ciao Eleono’, scusa se ti disturbo…”: iniziavi sempre così. E adesso solo pensarci mi fa un male boia.

Torniamo a noi, a quel pomeriggio di luglio 2019. Uno dei tanti giorni vissuti insieme alla corte della Viterbese. Stavamo a dieta tutti e due, ma quel pomeriggio faceva caldo e mi stavo concedendo una birra, come premio personale e autocelebrativo per essere arrivata prima su una notizia. Mi conosci, lo sai com’è fatta sta Badgirl (Baddegherle, come dicevi tu). Ma tu mi hai cazziato, sorridendo sornione e con una punta di invidia!

“Ma che fai, te bevi una birra mentre stai a dieta?”.

“Non rompe Ste’, non bevo e non magno da due mesi, oggi sgarro!”.

Perdonami Ste’, per non aver capito quanto dolore ci fosse davvero in queste tue ultime settimane. Per non aver saputo fare abbastanza.  Salutami Andrea lassù, e una birra bevetevela insieme anche per me.

Stefano Cordeschi (Schizzo)

Eleonora Celestini (Baddegherle)

 

DI Redazione

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