Per entrare nella storia e dire un giorno "Io c'ero" - Viterbese Calcio News- Cuori Gialloblu
giovedì, 20 Giugno, 2019
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Per entrare nella storia e dire un giorno “Io c’ero”

Il giorno che la Viterbese ha fatto la storia io c’ero. Con queste parole un giorno voglio raccontare la partita di domani sera ai miei figli, ai miei nipoti. E’ questa la frase che spero di dire a tutti coloro che da domenica non fanno che ripetermi “Ma ndo vai, è finita”. No, non è finita manco per niente. Faccio mie le parole di Simone Palermo e con fiero orgoglio gialloblu scrivo che è finita si dice alla fine. Io ci voglio essere perché voglio diventare testimone dell’impresa che potrebbe cambiare la storia sportiva di una città e della sua gente. Io ci voglio essere perché, nel bene e nel male, ci sono sempre stata e sempre ci sarò.

Io domani sera allo stadio “Enrico Rocchi” di Viterbo per il ritorno degli ottavi dei play off tra Viterbese e Arezzo ci sarò. Nonostante il passivo di tre gol della gara di andata. Non sarò al mio solito posto in tribuna centrale, lo stesso da oltre 10 anni (da quando, cioè, hanno ristrutturato il vecchio “Gallinaro”, perché la mia frequentazione degli amati spalti della Palazzina risale a molto prima), visto che le logiche del calcio dei potenti – distanti anni luce dalla realtà della gente che del calcio è il vero motore – me lo hanno requisito per farci accomodare le chiappe di qualche spettatore occasionale. Né siederò in tribuna stampa (il biglietto l’ho comprato pur disponendo, per la mia professione, di regolare accredito). Ci sarò sugli spalti, con i compagni di viaggio di sempre, Federico, le mie Paole, Massimo, la signora Emilia, Carla e Alfredo, Francesco e i suoi figli, Maurizio, Giulio, Roberto, Alessia e Gianmaria, Gabriele, Daniele, Christian, Paola, Gigi, Fabrizio, Stefano, Orlando e tanti altri.

Ci sarò come sempre tra la mia gente gialloblu, fratelli di sangue che conoscono al pari mio meglio di chiunque altro il vero significato della parola appartenenza. Ci sarò perché vincere e passare il turno sarà un’impresa titanica, quasi impossibile, ma io ci credo. Ci credo disperatamente. Credo disperatamente nella rimonta della mia Viterbese, credo nelle parole di quei giocatori che, delusi loro per primi, hanno esortato se stessi e i compagni a non arrendersi e a chiamare tutti a raccolta, così da avere più testimoni possibili di una notte che può restare nella storia. Credo nella rabbia del presidente Camilli che sono certa avrà trasmesso alla sua squadra. Credo nei ragazzi che indossano la maglia del leone, che hanno sì la responsabilità di aver regalato l’andata all’Arezzo, ma che sanno anche di avere i mezzi per compiere un’altra impresa dopo la conquista della Coppa Italia. Credo nel fatto che “sotto” tengano los huevos e che vogliano continuare a giocarsela. Credo nel calore della mia gente e del valore di un “Rocchi” che non potrà non presentarsi strapieno all’appuntamento da dentro o fuori con la storia.

Io domani sera voglio esserci. E scrivo questo pezzo nella speranza che serva a smuovere il cuore non degli occasionali, che portano anche parecchio sfiga, ma di coloro che amano la Viterbese ma che magari ancora non hanno fatto il biglietto pensando che dopo il 3-0 di Arezzo sia finita. Beh, ve lo dico chiaro: non lo è ancora, non è finita. Andate al botteghino o in tabaccheria e comprate il biglietto. Perché se domani si farà la storia della Viterbese, un giorno anche voi, come me potrete dire quella sera al Rocchi io c’ero.

DI Eleonora Celestini

Eleonora Celestini
“Giornalisti si nasce e io modestamente lo nacqui”: passione e vocazione hanno scelto per me il mio mestiere, io ho solo assecondato il tutto con una laurea in Scienze della comunicazione e tanta gavetta sul campo, specie in ambito sportivo. Ho collaborato per anni al Corriere di Viterbo e sono stata dal 2010 al 2015 responsabile dell’ufficio stampa della Provincia di Viterbo. Mi sono occupata della comunicazione della As Viterbese Castrense e ho lavorato come redattore a ViterboNews24. Approdo nella redazione e di CuoriGialloblu perché no, al cuor proprio non si comanda

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